Non con il tuo denaro!
Giulia ha ventisei anni. Lavora nel marketing, ha cominciato a investire un anno fa con un piano di accumulo mensile da 150 euro su un fondo che le aveva proposto la sua banca. Sostenibile, le avevano detto. Lei aveva annuito, rassicurata da quella parola.
Una sera, per curiosità, è andata a leggere il prospetto del fondo. Ha cercato la lista delle prime venti partecipazioni. Tra i nomi noti — qualche azienda tecnologica, qualche banca, qualche utility — ne ha trovati due che l’hanno fatta sobbalzare: due grandi aziende del settore della difesa. Aziende che producono, tra le altre cose, armamenti.
Sostenibile, aveva detto la banca. Eppure dentro c’erano armi.
Non si trattava di una truffa. Quel fondo era effettivamente classificato come sostenibile secondo la normativa europea. Era Giulia che non aveva capito cosa volesse dire, davvero, sostenibile.
I filtri ESG: significato e approcci
ESG sta per Environmental, Social, Governance. Sono i tre criteri attraverso cui si valuta la responsabilità di un’azienda al di là dei soli risultati economici: l’impatto ambientale, le condizioni sociali e di lavoro, la qualità della governance.
Quando un fondo dice di applicare criteri ESG, può farlo in modi molto diversi tra loro, e questa è la prima cosa che chi investe dovrebbe sapere.
Il primo approccio è quello dell’esclusione. Il fondo definisce una lista di settori o pratiche da non finanziare — armi controverse, tabacco, carbone, lavoro minorile — e tutto il resto è ammesso. È un filtro semplice, ma può essere più o meno stretto: alcuni fondi escludono solo le armi non convenzionali (mine antiuomo, bombe a grappolo, armi chimiche), altri escludono ogni tipo di produzione militare. La differenza, in pratica, è enorme.
Il secondo approccio è quello del best-in-class. Il fondo non esclude interi settori, ma sceglie all’interno di ogni settore le aziende che hanno i punteggi ESG migliori rispetto ai concorrenti. Significa che, in un fondo best-in-class del settore energia, possono esserci anche compagnie petrolifere — quelle considerate più virtuose tra le compagnie petrolifere.
Il terzo approccio è quello dell’impact investing: investire solo in aziende il cui modello di business produce un impatto positivo misurabile, come energie rinnovabili, mobilità sostenibile, accesso all’acqua, sanità nei paesi in via di sviluppo. È l’approccio più stringente, e anche il più raro.
Il fondo di Giulia, probabilmente, applicava un filtro best-in-class. Tecnicamente sostenibile. Ma non nel modo in cui lei aveva immaginato.
Il problema del greenwashing
Da qualche anno l’Unione Europea ha provato a fare ordine. La normativa SFDR — non serve ricordare l’acronimo, basta sapere che esiste — classifica i fondi in tre categorie principali: fondi che non hanno obiettivi ESG (articolo 6), fondi che promuovono caratteristiche ESG (articolo 8), e fondi che hanno la sostenibilità come obiettivo dichiarato di investimento (articolo 9).
L’articolo 9 è il livello più alto. L’articolo 8 è una zona grigia molto ampia, dove si trovano fondi con approcci anche molto diversi tra loro. L’articolo 6 è la finanza tradizionale.
Sapere a quale categoria appartiene il fondo che si sta considerando è il primo passo. Ma non basta. Anche all’interno della stessa categoria, i fondi possono avere strategie molto diverse, e l’etichetta da sola non dice tutto.
C’è poi un secondo problema, più sottile. Le aziende stesse possono presentare in modo enfatico le loro pratiche sostenibili, evidenziando alcuni aspetti e nascondendone altri. È il cosiddetto greenwashing aziendale, che inevitabilmente si riflette anche nei portafogli dei fondi che si basano sui rating ESG. Non è un problema risolvibile a priori. Si può solo gestire con consapevolezza, leggendo oltre le parole ufficiali.
Cosa puoi controllare prima di scegliere
Tre cose, accessibili a tutti, possono fare una differenza concreta.
La prima è guardare la lista delle principali partecipazioni. Tutti i fondi pubblicano, mensilmente o trimestralmente, l’elenco dei primi dieci o venti titoli in portafoglio. Lo trovi sul sito della società di gestione, nella scheda del fondo, o sul prospetto. Una scorsa veloce ti dice molto: se trovi nomi che ti suonano dissonanti rispetto alla parola sostenibile, la dissonanza è reale e merita una domanda.
La seconda è leggere la politica di esclusione del fondo. Le società di gestione serie pubblicano un documento — spesso si chiama policy ESG o exclusion list — che elenca cosa non finanziano. Se il documento esiste, è dettagliato, ed è coerente con quello che ti aspetti, è un buon segno. Se non lo trovi, o se è generico, è un segnale di attenzione.
L’ultima, ma non meno importante, è chiedere al consulente. Un consulente che lavora bene non si offende se gli fai domande precise: se ti dice che un fondo è sostenibile, chiedigli secondo quale approccio, con quali esclusioni, e a quale articolo della normativa appartiene. Se la risposta è chiara, sei in buone mani. Se è vaga, hai imparato qualcosa di importante anche da quella vaghezza.
L’etica è una scelta personale
Una premessa importante, prima di decidere. Non esiste un’unica idea di etica negli investimenti. Per qualcuno, etico significa non finanziare le armi. Per qualcun altro, includere anche il tabacco e l’alcol. Per qualcun altro ancora, evitare le multinazionali del fast fashion, o le aziende che hanno avuto controversie sui diritti dei lavoratori, o quelle che operano in paesi non democratici.
La buona notizia è che oggi, sul mercato, esistono fondi e ETF costruiti su quasi ogni filosofia di esclusione che si possa immaginare. La meno buona è che bisogna saperli scegliere. Un consulente che ti chiede cosa è importante per te, e poi costruisce un portafoglio coerente con le tue convinzioni, fa un lavoro che vale la differenza.
E vale la pena ricordare che la finanza etica non significa rinunciare al rendimento. Numerosi studi mostrano che i portafogli ESG, ben costruiti, hanno performance comparabili — e in alcuni casi superiori — rispetto ai portafogli tradizionali, soprattutto se valutati su orizzonti lunghi e a parità di rischio. Etica e rendimento non sono in alternativa. Si possono cercare entrambi.
E Giulia cosa ha fatto?
Giulia non ha chiuso il piano di accumulo. È andata invece a parlare con la consulente, con le idee più chiare. Le ha chiesto cosa significava, esattamente, sostenibile per quel fondo. La consulente le ha spiegato la metodologia best-in-class. Giulia ha detto che per lei, sostenibile, non può includere aziende che producono armamenti, qualunque fosse il punteggio ESG.
Insieme hanno costruito un portafoglio diverso. Meno settori esclusi che cercavano di compensare a vicenda. Più strumenti con esclusioni esplicite e politiche pubbliche dichiarate. Costo simile, rendimento atteso simile, ma con la differenza che adesso Giulia sa, davvero, dove stanno andando i suoi soldi.
Si può guadagnare senza finanziare ciò che non si vuole finanziare. Si può, ma non si fa da soli e non si fa firmando il primo prodotto che ha la parola sostenibile nel nome.
Bisogna sapere cosa significa, per te, sostenibile. Bisogna leggere oltre l’etichetta. Bisogna porre domande precise e accettare risposte precise.
L’etica nei tuoi investimenti, alla fine, non la decide un acronimo. La decidi tu, con la conoscenza degli strumenti che hai a disposizione e con l’aiuto di chi può aiutarti a usarli bene. Perché col tuo denaro sei libero di costruire un domani migliore!








