Fondi ESG: etica e rendimento
La settimana scorsa abbiamo visto come tre trappole cognitive — avversione alle perdite, comportamento gregario e bias di conferma — portino a prendere decisioni sbagliate nelle fasi di volatilità.
Oggi affrontiamo un altro tema su cui circolano molte opinioni e pochi dati: i fondi ESG rendono meno di quelli tradizionali? Abbiamo guardato i numeri su cinque e dieci anni. La risposta è meno semplice — e più interessante — di quello che si sente dire.
Martina, valori chiari, idee confuse
Martina ha ventisei anni, lavora in una società di consulenza ambientale e ha una posizione molto chiara: non vuole che i suoi soldi finanzino aziende che producono combustibili fossili, tabacco o armi.
Quando lo dice al suo consulente, lui annuisce — ma poi aggiunge: «Tieni presente che i fondi ESG tendono a rendere meno». Un amico le dice il contrario: «Sono il futuro, renderanno di più».
Martina si trova tra due affermazioni opposte, entrambe dette con sicurezza, nessuna supportata da un numero concreto. Decide di cercarseli, i numeri. Quello che trova è più sfumato di entrambe le versioni.
Cosa sono i fondi ESG e perché il confronto è complicato
I fondi ESG (Environmental, Social, Governance) integrano criteri non finanziari nella selezione dei titoli in portafoglio: escludono o sottopesano aziende con impatto ambientale elevato, politiche sociali scadenti o governance opaca, e sovrappesano quelle con rating ESG elevati.
Ma non tutti i fondi ESG funzionano allo stesso modo: alcuni usano criteri di esclusione puri (non investono mai in certi settori), altri usano criteri best-in-class (investono nel meglio di ogni settore, inclusi quelli controversi), altri ancora usano l’integrazione ESG come fattore aggiuntivo senza esclusioni rigide.
Questo rende il confronto con i fondi convenzionali complicato: non esiste «il fondo ESG» come categoria omogenea, così come non esiste «il fondo convenzionale». I risultati variano enormemente a seconda della metodologia, del gestore, dell’area geografica e del periodo considerato.
I dati su cinque anni: un quadro più equilibrato di quanto si pensi
Sul trailing a cinque anni con dati al 31 dicembre 2023, il report Morningstar pubblicato nel febbraio 2024 mostra che il 60% dei fondi sostenibili si è collocato nella metà superiore della propria categoria rispetto ai pari convenzionali.
Non una sovraperformance sistematica, ma una leggera prevalenza dei fondi ESG su quell’orizzonte — che tiene conto del difficile 2022, anno in cui i settori tipicamente esclusi dagli ESG, come l’energia fossile, hanno corso molto di più del mercato generale.
Su 1 e 3 anni il quadro si inverte leggermente: nel 2023 il 53% dei fondi sostenibili si è posizionato nella metà inferiore della propria categoria, penalizzato dall’esclusione di settori che quell’anno hanno beneficiato di dinamiche geopolitiche specifiche.
La conclusione più onesta è che i risultati variano molto a seconda del periodo esaminato — e che chi ha guardato solo al 2022-2023 ha visto un quadro peggiore di quello reale su orizzonti più lunghi.
L’indice MSCI World ESG Leaders — che seleziona le aziende con i rating ESG più alti all’interno di ogni settore — ha restituito rendimenti comparabili all’MSCI World convenzionale su cinque anni, con una volatilità leggermente inferiore. Il che significa che per ogni unità di rischio assunta, il rendimento è stato simile. Non superiore, non inferiore: sostanzialmente equivalente. Il costo dell’etica, su questo orizzonte, è stato vicino a zero.
I dati su dieci anni: il quadro si fa più favorevole agli ESG
Su un orizzonte di dieci anni, i dati Morningstar sono più netti.
Nello studio “Do Sustainable Funds Beat Their Rivals?” — disponibile su morningstar.co.uk — emerge che il 58,8% dei fondi sostenibili sopravvissuti ha battuto la media dei fondi convenzionali della stessa categoria nel decennio fino al 2019. In alcune categorie il vantaggio è ancora più marcato: nei fondi azionari US large-cap blend, più di 7 fondi sostenibili su 10 hanno consegnato rendimenti superiori alla media convenzionale.
Un dato ulteriore riguarda la sopravvivenza: l’84,2% dei fondi ESG disponibili dieci anni fa è ancora aperto oggi, contro il 46,9% dei fondi convenzionali. I fondi che chiudono tendono a essere quelli con le performance peggiori — quindi il confronto tra sopravvissuti avvantaggia statisticamente i convenzionali. Nonostante questo effetto, i fondi ESG tengono il confronto. Non è un risultato banale.
Il 2022: quando i fondi ESG hanno sofferto
Sarebbe disonesto presentare solo i dati favorevoli. Il 2022 è stato un anno difficile per la maggior parte dei fondi ESG, e per una ragione precisa: l’invasione russa dell’Ucraina ha provocato un’esplosione dei prezzi dell’energia fossile.
Le azioni del settore energetico — petrolio, gas, carbone — sono salite del 40-60% in quell’anno. I fondi ESG, che tipicamente escludono o sottopesano questo settore, hanno perso questo rialzo e hanno sottoperformato i convenzionali in modo significativo.
Questo dimostra che i fondi ESG non sono immuni dai cicli di mercato — e che in certi contesti geopolitici specifici, l’esclusione di determinati settori può costare in termini di rendimento a breve termine. Chi investe in fondi ESG deve essere consapevole di questa asimmetria: in anni in cui i settori esclusi corrono, i fondi ESG restano indietro.
Perché strutturalmente i fondi ESG possono reggere
Al di là dei dati storici, esistono ragioni strutturali per cui i fondi ESG non dovrebbero essere penalizzati rispetto ai convenzionali nel lungo periodo — e potrebbero avere qualche vantaggio.
Le aziende con rating ESG elevati tendono ad avere governance più solida, minori rischi regolatori, migliore gestione delle risorse e minore esposizione a scandali. Questi fattori riducono il rischio di perdite improvvise e catastrofiche — il tipo di perdita che sui mercati si chiama tail risk.
Una buona governance, in particolare, è correlata con risultati finanziari di lungo periodo migliori.
Inoltre, la crescente allocazione verso fondi ESG da parte di investitori istituzionali — fondi pensione, assicurazioni, fondi sovrani — crea una pressione positiva sui prezzi dei titoli ESG nel tempo. Non è un meccanismo garantito, ma è reale e crescente.
La risposta onesta per Martina
I fondi ESG non rendono strutturalmente meno dei fondi convenzionali: su orizzonti di cinque e dieci anni, la maggioranza ha performato in linea o leggermente meglio, con alcune eccezioni significative legate a contesti specifici come il 2022. Il costo dell’investimento etico, se c’è, è molto più basso di quanto si pensi — e in alcuni casi è negativo, cioè l’investimento etico ha prodotto di più.
Ma attenzione: «fondo ESG» non è una garanzia di rendimento superiore, così come non lo è per nessun’altra categoria. La qualità del gestore, i costi del fondo, la metodologia ESG utilizzata e la diversificazione geografica contano molto di più dell’etichetta ESG in sé.
Un fondo ESG con TER del 2% e un gestore mediocre renderà meno di un fondo convenzionale ben gestito con TER dello 0,5%.
Martina decide di orientare una parte del suo portafoglio su fondi ESG — non perché rendano di più, ma perché la coerenza con i suoi valori ha un peso reale per lei, e i dati le dicono che questo non comporta un sacrificio significativo di rendimento. Con il suo consulente seleziona due fondi con metodologia ESG trasparente, TER contenuto e track record verificabile.
Non è una scelta romantica: è una scelta razionale, informata dai numeri.








