Il rischio che non vedi
Paolo ha ventotto anni e lavora in una società di consulenza informatica.
Negli ultimi due anni ha messo da parte circa diecimila euro, investiti in un fondo bilanciato che gli aveva consigliato il consulente della sua banca.
Un sabato mattina, mentre scorreva i social, si imbatté in un video di un influencer finanziario che parlava di mercati emergenti. Grafici che salivano. Rendimenti a due cifre. “Il futuro è lì”, diceva il video. “L’Occidente è saturo. Chi vuole davvero guadagnare deve guardare altrove.”
Paolo iniziò a informarsi. India, Vietnam, Indonesia, Brasile. Paesi con popolazioni giovani, classe media in espansione, tassi di crescita che in Europa non si vedevano da decenni.
Il ragionamento gli sembrava solido: se l’economia cresce, anche gli investimenti crescono. Se la crescita è maggiore, anche i rendimenti sono maggiori.
Due settimane dopo, chiamò il suo consulente e gli chiese di spostare metà del portafoglio su un fondo specializzato in mercati emergenti.
Sei mesi dopo, quel fondo aveva perso il 16%.
Paolo guardava il saldo senza capire. L’economia di quei paesi stava davvero crescendo. I dati lo confermavano. Allora perché il suo investimento stava andando nella direzione opposta?
Crescita economica non significa rendimento garantito
Quando si parla di mercati emergenti, la prima cosa che viene in mente è la crescita. PIL che sale del 5%/6% all’anno. Popolazioni giovani. Urbanizzazione rapida. Consumi in espansione.
Tutto vero.
Ma c’è un errore di fondo in cui molti investitori, soprattutto giovani e inesperti, cadono: confondere la crescita economica di un paese con il rendimento di un investimento.
Non sono la stessa cosa.
Un paese può crescere moltissimo e i suoi mercati finanziari possono perdere valore. Può accadere per tanti motivi. Valute instabili. Politiche governative imprevedibili. Regolamentazioni che cambiano da un giorno all’altro. Corruzione. Mancanza di trasparenza. Rischi geopolitici.
Tutti elementi che sui social non compaiono mai, perché sono meno accattivanti di un grafico che sale.
Nel caso di Paolo, il fondo su cui aveva investito era esposto prevalentemente a tre paesi: Turchia, Brasile e Sudafrica. Tre economie in crescita, certo. Ma anche tre economie con valute che, in sei mesi, si erano svalutate pesantemente rispetto all’euro.
Anche se le azioni locali erano salite in valuta locale, convertite in euro avevano perso valore. E Paolo, che viveva in Italia e un giorno avrebbe usato quei soldi in euro, si era ritrovato con meno di quanto aveva investito.
Nessuno, nel video che aveva visto, gli aveva spiegato il rischio di cambio. Nessuno gli aveva detto che investire in mercati emergenti significa anche accettare che il tuo rendimento dipenda non solo dall’andamento delle aziende, ma anche dalla stabilità della valuta di quel paese rispetto alla tua.
I tre rischi principali
Quando si investe in mercati emergenti, ci sono tre categorie di rischio che vanno oltre la normale volatilità dei mercati.
Il primo è il rischio di cambio, che abbiamo già visto. Le valute dei paesi emergenti sono strutturalmente più volatili di quelle dei paesi sviluppati. Possono salire molto, ma possono anche scendere molto. E quando scendono, erodono il valore del tuo investimento anche se le azioni locali stanno andando bene.
Alcuni fondi coprono questo rischio con strumenti finanziari specifici, altri no. Prima di investire, bisogna sapere se il fondo che stai comprando è coperto o esposto al rischio di cambio. Perché fa una differenza enorme.
Il secondo rischio è quello politico e regolamentare. I paesi emergenti, per definizione, hanno istituzioni meno stabili e consolidate di quelle dei paesi sviluppati. Un governo può decidere, da un giorno all’altro, di nazionalizzare un settore. Di bloccare i movimenti di capitale. Di cambiare le regole fiscali retroattivamente.
Sono cose che in Europa sembrano impensabili, ma in molti mercati emergenti sono accadute più volte negli ultimi vent’anni. E quando accadono, gli investitori stranieri sono i primi a perdere.
Il terzo rischio è quello di liquidità. I mercati emergenti sono più piccoli e meno profondi di quelli sviluppati. In una fase di panico, quando tutti vogliono vendere, può diventare molto difficile uscire senza subire perdite pesanti. I prezzi crollano non perché le aziende vadano male, ma perché non c’è nessuno disposto a comprare.
Questo rischio diventa particolarmente pericoloso nei momenti di crisi globale, quando gli investitori scappano dai mercati più rischiosi per rifugiarsi in quelli più sicuri. In quelle fasi, i mercati emergenti perdono molto di più dei mercati sviluppati, non perché siano peggiori, ma perché sono percepiti come più rischiosi.
Quando ha senso investire nei mercati emergenti
Tutto questo non significa che i mercati emergenti siano da evitare. Significa che non sono per tutti, e non in tutte le fasi della vita di un investitore.
I mercati emergenti hanno senso in un portafoglio se si è disposti ad accettare una volatilità molto più alta di quella dei mercati sviluppati. Se si ha un orizzonte temporale lungo, almeno dieci anni, in cui si può permettere di attraversare fasi di perdita senza dover vendere. Un modo di fronteggiare la volatilità tipica degli investimenti in queste aree geografiche può essere preferire l’investimento graduale, tramite piano d’accumulo, piuttosto che un versamento in un’unica soluzione.
È importante anche capire che il rischio dei mercati emergenti è più facilmente assumibile se si ha già una base solida di investimenti meno rischiosi su cui contare. In altre parole: i mercati emergenti non sono il punto di partenza di un portafoglio. Sono una componente che si aggiunge quando il resto è già costruito.
Per un giovane che inizia a investire, la tentazione è sempre quella di puntare sui rendimenti più alti possibili. È comprensibile. Quando hai venticinque o trent’anni, l’idea di aspettare dieci anni per vedere crescere lentamente un investimento sembra un’eternità.
Ma la realtà è che i rendimenti più alti si accompagnano sempre a rischi più alti. E il rischio, per un investitore giovane che non ha ancora costruito un patrimonio significativo, può tradursi in perdite che azzerano anni di risparmi.
La diversificazione che serve davvero
Quando Paolo capì l’errore che aveva fatto, la sua prima reazione fu di vendere tutto e tornare al fondo bilanciato di prima.
Il consulente lo fermò. Gli spiegò che vendere dopo una perdita del sedici per cento significava cristallizzare quella perdita. Trasformare una perdita potenziale in una perdita definitiva.
Gli propose invece un’altra strada: riequilibrare gradualmente il portafoglio, riducendo progressivamente l’esposizione ai mercati emergenti senza vendere tutto in un colpo solo, e costruire una struttura più solida che includesse diverse aree geografiche e diverse tipologie di investimento.
Soprattutto, gli spiegò una cosa che Paolo non aveva mai considerato: la diversificazione geografica non si fa per cercare i rendimenti più alti. Si fa per ridurre il rischio che un problema in una singola area geografica distrugga tutto il portafoglio.
I mercati emergenti possono far parte di quella diversificazione, ma come componente di bilanciamento, non come scommessa principale.
Nei due anni successivi, Paolo mantenne una piccola quota in mercati emergenti, circa il dodici per cento del portafoglio totale. In alcuni periodi andò bene, in altri andò male. Ma le oscillazioni non lo terrorizzarono più, perché sapeva che rappresentavano solo una parte del quadro complessivo.E soprattutto, aveva capito la lezione più importante: il rendimento non è solo una questione di crescita economica. È una questione di rischio, di valute, di istituzioni, di liquidità, di tempi.
Tutte cose che un video di tre minuti sui social non può raccontare.
La mappa non è il territorio
I mercati emergenti sono una realtà complessa, affascinante, piena di opportunità. Ma anche piena di insidie che chi inizia a investire non sempre vede.
La crescita economica di un paese non garantisce il rendimento di un investimento. La valuta può erodere i guadagni. La politica può cambiare le regole. La liquidità può sparire nei momenti peggiori.
Per questo, investire in mercati emergenti non è una questione di coraggio o di visione del futuro. È una questione di consapevolezza, di struttura, di equilibrio.
I mercati emergenti possono far parte di un portafoglio ben costruito. Ma non possono essere il portafoglio.
Perché diversificare non significa cercare i rendimenti più alti ovunque. Significa costruire un insieme che regga anche quando una delle parti crolla.
E con l’aiuto e l’appoggio di un consulente finanziario avrai qualcuno con cui costruire questo insieme, confrontandoti con qualcuno che ti può aiutare a trovare una tua direzione d’investimento.







