La forma giusta per impattare
Le certificazioni di sostenibilità di cui abbiamo parlato fino ad oggi servono a un’impresa già esistente e operante per comunicare e strutturare il proprio impatto. Oggi affrontiamo una domanda più radicale, quella che si pone chi parte da zero con una missione sociale al centro del progetto: che forma giuridica scelgo? ODV, APS, impresa sociale — tre strade molto diverse, spesso confuse tra loro, ognuna pensata per un obiettivo specifico.
Sara ha trentacinque anni e per anni ha lavorato come educatrice musicale in scuole e cooperative del territorio. Da tempo coltiva un’idea: creare un progetto strutturato che usi la musica come strumento di inclusione per adolescenti in difficoltà, con laboratori, percorsi formativi e, in prospettiva, anche qualche attività a pagamento per sostenersi economicamente.
Sara va dal commercialista con un’idea chiara in testa e ne esce con tre sigle che non aveva mai sentito prima: ODV, APS, impresa sociale. Tutte sembrano adatte. Nessuna le viene spiegata davvero.
Decide di approfondire prima di scegliere, perché capisce che la forma giuridica non è un dettaglio: definisce cosa potrà fare, come potrà finanziarsi, e quanto sarà libera di farlo crescere come vero progetto economico.
Il Terzo Settore: una cornice, non un’unica scatola
Il Codice del Terzo Settore, in vigore dal 2017, ha riorganizzato un mondo che prima era frammentato in decine di forme giuridiche diverse. Oggi esiste una cornice comune — gli Enti del Terzo Settore, ETS — dentro cui convivono realtà molto diverse tra loro: organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, imprese sociali, fondazioni, e altre forme minori.
Tutti gli ETS condividono alcuni principi: assenza di scopo di lucro come finalità principale, finalità civiche o solidaristiche, trasparenza e rendicontazione, iscrizione obbligatoria al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS) per accedere alle agevolazioni fiscali e ai contributi pubblici. Ma da qui in poi, le strade si dividono.
ODV: il volontariato come fondamento
L’Organizzazione di Volontariato è pensata per realtà in cui il lavoro dei volontari è il cuore dell’attività, non un’eccezione.
La legge richiede che la maggioranza degli associati siano volontari, e che le attività si svolgano prevalentemente attraverso il loro impegno gratuito. Si possono assumere lavoratori, ma solo in numero limitato rispetto ai volontari e solo per esigenze specifiche.
È la forma giusta per chi immagina un’attività basata sulla partecipazione spontanea della comunità: assistenza, protezione civile, supporto a persone fragili.
Non è la forma adatta a chi vuole costruire qualcosa che funzioni anche come fonte di reddito stabile per chi lo gestisce, perché la sua natura stessa lo rende residuale rispetto al lavoro retribuito.
APS: la promozione sociale con più margini operativi
L’Associazione di Promozione Sociale ha una struttura più flessibile. Anche qui prevale l’attività dei volontari, ma è ammessa una componente di lavoro retribuito più ampia rispetto all’ODV.
Le APS possono svolgere attività culturali, formative, sportive, ricreative, e in alcuni casi possono erogare servizi a pagamento ai propri associati e, in misura limitata, anche a terzi, mantenendo comunque il vincolo di non distribuzione degli utili.
Per Sara, l’APS rappresenta un primo passo realistico: può strutturare laboratori a pagamento per i soci, accedere a bandi e contributi, costruire una base associativa coinvolta nel progetto. Il limite resta lo stesso di tutti gli ETS: qualsiasi utile generato deve essere reinvestito nelle attività istituzionali, non distribuito.
Impresa sociale: quando la missione diventa attività d’impresa vera e propria
L’impresa sociale è la forma pensata per chi vuole esercitare un’attività economica organizzata in modo stabile e professionale, con finalità di interesse generale — penso a sanità, istruzione, formazione, inclusione lavorativa, tutela ambientale — assumendo anche dipendenti a tempo pieno e operando sul mercato in concorrenza con altri soggetti, profit e non profit.
A differenza di ODV e APS, l’impresa sociale può avere una struttura più simile a un’azienda tradizionale: può assumere personale senza i vincoli di prevalenza del volontariato, può investire, crescere, competere su gare e bandi pubblici e privati come fornitore di servizi.
In cambio di alcune agevolazioni fiscali, accetta vincoli sul patrimonio: in caso di scioglimento, il patrimonio non torna ai fondatori ma viene devoluto ad altri enti del Terzo Settore, e la distribuzione di eventuali utili resta soggetta a limiti stringenti previsti dalla normativa.
Per Sara, questa è la forma che meglio rispecchia la sua ambizione reale: vuole assumere altri educatori, offrire laboratori a pagamento su base regolare, costruire qualcosa di economicamente sostenibile nel tempo, non un’attività residuale legata al solo volontariato.
Quando l’ETS non è la scelta giusta
Non tutti i progetti con una missione sociale devono passare per il Terzo Settore. Se l’obiettivo principale è generare profitto per i fondatori o per investitori esterni, anche restando coerenti con valori etici e ambientali, le forme più adatte restano la Società Benefit o la cooperativa — di cui abbiamo parlato qualche settimana fa parlando dello statuto come manifesto.
Quelle forme permettono la distribuzione di utili ai soci, mantenendo al tempo stesso un impegno statutario su obiettivi di beneficio comune.
Il vincolo di non distribuzione degli utili negli ETS non è un dettaglio tecnico: è una scelta di campo. Se hai bisogno di attrarre capitale di rischio da investitori che si aspettano un ritorno economico, l’ETS — in qualsiasi sua forma — non è lo strumento giusto.
Se invece il tuo obiettivo è costruire un’attività che reinveste tutto ciò che genera nella missione, accedendo in cambio a sgravi fiscali e canali di finanziamento dedicati al settore, l’ETS diventa una scelta coerente.
Un caso concreto: la scelta di Sara
Sara, dopo un confronto con un consulente specializzato in enti non profit, opta per una soluzione in due fasi.
Parte come APS, con una quota associativa contenuta e laboratori a pagamento riservati ai soci, per validare il progetto con costi di costituzione e gestione minimi.
Nei primi diciotto mesi raccoglie circa 40 socie e socie, organizza dodici laboratori e ottiene un piccolo contributo da un bando comunale.
Quando il progetto cresce e Sara vuole assumere un secondo educatore a tempo pieno, ampliando l’attività anche verso scuole e servizi sociali del territorio come fornitore esterno, trasforma l’associazione in impresa sociale.
La struttura giuridica cambia, ma la missione resta la stessa: quello che cambia è la capacità operativa di portarla avanti su scala più grande.
Non esiste una forma giuridica «migliore» in assoluto. Esiste quella coerente con la fase in cui si trova il progetto e con l’ambizione che ha chi lo guida. E capire questo prima di partire, con l’aiuto di chi conosce davvero le differenze tra queste forme, evita di dover ricostruire tutto da capo dopo due anni di attività.








