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Indici per l’investimento giusto

By webmasterfr
Febbraio 13, 2026
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Negli ultimi anni si parla sempre di più di finanza sostenibile, di criteri ESG, di impatto ambientale e sociale degli investimenti. Meno spesso, però, ci chiediamo in concreto dove vadano a finire i soldi che affidiamo a fondi, gestori, banche. 

La nascita di due nuovi indici azionari ispirati ai principi della finanza cattolica – uno sulla zona euro e uno sugli Stati Uniti – va letta in questo contesto: non come uno strumento “per cattolici soltanto”, ma come un segnale ulteriore che l’etica, in finanza, può essere tradotta in criteri concreti di selezione dei titoli. 

Questi indici sono costruiti sulla base di linee guida che si richiamano alla Dottrina sociale della Chiesa, ma si collocano accanto ad altre esperienze già esistenti: dalla finanza islamica, che da anni applica regole precise su cosa è investibile e cosa no, fino ai numerosi approcci “eticamente orientati” non legati a una religione specifica. In ambito cattolico, un riferimento importante è il documento “Mensuram Bonam”, pubblicato per aiutare investitori e istituzioni a tradurre i principi etici in scelte concrete di portafoglio: non un testo teorico, ma una sorta di guida pratica su cosa privilegiare, cosa evitare, come valutare il comportamento complessivo delle imprese in cui si investe. 

In tutti questi casi, il filo rosso è lo stesso: usare il portafoglio non solo per cercare rendimento, ma anche per dare un orientamento alle proprie decisioni economiche.

Tre messaggi positivi di questa novità

Il primo messaggio è semplice: l’attenzione al risvolto etico dell’investimento torna al centro del dibattito pubblico. In un periodo segnato da crisi geopolitiche, tensioni sociali e ambientali, la sola idea che esista un indice costruito per evitare alcuni settori e privilegiare altri ricorda a tutti – credenti e non – che i capitali non sono neutrali. Dietro un’azione o un’obbligazione ci sono attività concrete: lavoro, filiere, decisioni che toccano persone e territori. 

Il secondo aspetto riguarda la continuità e la concretezza. “Mensuram Bonam”, ad esempio, ha provato a trasformare principi generali in criteri operativi: quali settori escludere (armi, pornografia, violazioni gravi dei diritti umani, etc.), quali pratiche privilegiare (rispetto della dignità del lavoro, tutela del creato, attenzione ai più vulnerabili), come valutare la coerenza nel tempo di un emittente. La creazione di un indice basato su queste indicazioni mostra che non siamo più solo nel campo dei documenti, ma in quello degli strumenti utilizzabili da investitori istituzionali e privati. 

È lo stesso percorso che altre tradizioni, come quella islamica, hanno compiuto da tempo: basti pensare ai sukuk, strumenti finanziari simili alle obbligazioni ma strutturati per rispettare il divieto islamico di interesse, basati sulla condivisione di rischi e utili legati ad attività economiche reali. 

In tutti questi casi, si passa dalle intenzioni agli strumenti tecnici, che possono essere messi a disposizione di chiunque ne condivida il senso, indipendentemente dalla fede personale. 

Il terzo messaggio è di tipo più “finanziario”: un indice etico permette di misurare le performance di un certo approccio rispetto ai benchmark tradizionali. Questo è importante perché sfida il pregiudizio secondo cui un investimento orientato da criteri valoriali sarebbe per forza destinato a rendere meno. Avere una storia di dati da confrontare non significa mettere il rendimento al primo posto, ma dimostrare che etica e numeri possono dialogare. Per molti risparmiatori, questo può essere la leva che fa passare l’idea di “investimento etico” da qualcosa di solo ideale a una possibilità concreta, valutabile con gli stessi strumenti analitici del resto del mercato. 

Il rischio di guardare solo alla performance

Proprio la dimensione quantitativa, però, può diventare un’arma a doppio taglio. 

Se l’attenzione si sposta quasi esclusivamente sulla performance rispetto ad altri indici, il rischio è che la dimensione etica scivoli sullo sfondo. Se l’investitore vede solo un grafico che sale o scende, può essere tentato di dare per scontato che il lavoro di selezione “copra” automaticamente ogni dubbio, e di smettere di chiedersi che cosa ci sia davvero dentro il paniere. 

In questo senso, uno strumento nato per rafforzare la consapevolezza può trasformarsi in un sedativo della coscienza: “se è dentro l’indice etico, allora va bene”. Ma la realtà delle grandi aziende quotate è complessa: possono coesistere attività molto positive con altre più controverse; le catene del valore sono lunghe; i rapporti con certi settori – come quello degli armamenti – non sempre sono immediatamente visibili. Per chi vuole davvero capire dove finiscono i propri soldi, l’indice è un aiuto, non un sostituto delle domande scomode. 

Trasparenza e casi controversi

Qui entra in gioco un tema cruciale: la trasparenza. Nel caso di questi nuovi indici, l’informazione pubblica completa sulle società incluse non è immediatamente disponibile al grande pubblico: vengono comunicati i criteri e l’elenco dei primi 10 titoli, ma il paniere completo comprende 50 aziende per area geografica. Per un risparmiatore o per un’istituzione che voglia fare un percorso serio di allineamento fra portafoglio e valori, sapere “chi c’è dentro” è fondamentale. 

Dal momento che all’interno del paniere figurano, ad esempio, istituti finanziari coinvolti – anche indirettamente – nel finanziamento del settore armamenti (le cosiddette “banche armate”), la questione diventa ancora più delicata. Non si tratta di pretendere la perfezione in un mondo economico imperfetto, ma di evitare che un’etichetta etica faccia passare sottotraccia scelte che molti investitori, se adeguatamente informati, vorrebbero quantomeno discutere. 

È qui che la trasparenza – l’accesso completo e chiaro all’elenco dei titoli, ai motivi dell’inclusione e dell’esclusione – diventa il vero banco di prova della credibilità di iniziative di questo tipo. 

Un tassello in più per chi vuole scegliere consapevolmente

Nonostante questi limiti, la creazione di indici ispirati a principi etici specifici – cattolici, islamici o laici – rappresenta un passo avanti nel dare strumenti a chi non vuole essere un investitore “passivo” dal punto di vista valoriale. Dice al mercato che esiste una domanda reale di coerenza, che c’è chi non si accontenta di chiedere “quanto rende?”, ma vuole anche sapere “a cosa partecipo con i miei soldi?”. 

Per gli investitori privati attenti a questi temi, come per le aziende che hanno avviato percorsi seri di sostenibilità, la sfida è usare questi indici come punto di partenza, non di arrivo. Possono essere una bussola, ma non sostituiscono il discernimento: la verifica periodica delle posizioni in portafoglio, il dialogo con i gestori, la richiesta di informazioni aggiuntive. In questo senso, chi crede e chi non crede si trovano sullo stesso terreno: quello di una finanza che riconosce il proprio impatto e chiede ai singoli – persone, imprese, istituzioni – di assumersi la responsabilità delle scelte. 

Se questo nuovo indice sarà davvero un passo avanti dipenderà anche da come verrà usato: se sarà solo un’etichetta rassicurante da aggiungere alla lista dei prodotti, o se diventerà l’occasione per alzare il livello di trasparenza e coerenza, aprendo gli occhi a sempre più persone su una domanda tanto semplice quanto impegnativa: “i miei soldi, oggi, che mondo stanno contribuendo a costruire?” 

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