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Home›parole sostenibili›Fondi ESG: cosa c’è dentro?

Fondi ESG: cosa c’è dentro?

By webmasterfr
Ottobre 30, 2026
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La settimana scorsa, con Carlo, abbiamo visto che le agenzie di rating valutano la stessa azienda in modi diversi e che quel voto è un’opinione, non una misura. Questa settimana rispondo alla domanda che prima o poi arriva da tutti: al netto delle etichette e dei rating, dentro i fondi che si dicono sostenibili che cosa c’è davvero? La risposta non la do io, la danno alcune ricerche fatte su decine di migliaia di prodotti.

Il ritaglio sul tavolo

Marta ha 58 anni, insegna in un liceo di Torino e ha ereditato una piccola somma dalla madre. Vuole investirla, e vuole farlo con dei criteri.

Quando ci vediamo, però, tira fuori dalla borsa lo screenshot di un articolo di giornale. Titolo: i fondi verdi europei investono miliardi nelle grandi compagnie petrolifere.

La sua domanda è secca: «Mauro, allora è tutta una presa in giro? Perché se è così lascio i soldi sul conto e amen».

Le dico che non le rispondo di getto e che non ho nessuna intenzione di rassicurarla. Preferisco andare a vedere che cosa dicono esattamente quelle ricerche, perché i titoli dei giornali sono corti e la faccenda no.

Quello che segue è il riassunto di quella verifica.

La ricerca più ampia: 14.300 fondi passati ai raggi X

Il lavoro più esteso lo pubblicano nel marzo 2025 le organizzazioni Urgewald e Facing Finance. Analizzano circa 14.300 fondi articolo 8 e articolo 9 venduti sui mercati europei.

Il risultato: 4.792 fondi, cioè più di 1 su 3, risultano investiti per circa 123 miliardi di euro in società che stanno espandendo i combustibili fossili o che non hanno un piano credibile di uscita dal carbone.

Di quei 123 miliardi, circa 23,5 vanno a 6 grandi compagnie petrolifere e del gas — TotalEnergies, Shell, ExxonMobil, Chevron, Eni e BP — con TotalEnergies da sola attorno agli 8,1 miliardi. Al carbone in espansione vanno circa 4,5 miliardi.

Sono numeri grossi e Marta, giustamente, si irrigidisce. Il punto però è capire che cosa significano, e soprattutto che cosa non significano.

Il dettaglio che spiega perché le nuove regole non bastano

Nello stesso studio c’è un dato che per me vale più di tutti gli altri, e che nei titoli dei giornali non compare quasi mai.

Su quei 14.300 fondi, 9.420 — cioè 2 terzi — restano fuori dalle regole ESMA sui nomi di cui abbiamo parlato nelle scorse settimane. Il motivo è banale: quelle regole si applicano ai fondi che hanno termini legati alla sostenibilità nel nome, e moltissimi prodotti articolo 8 nel nome non li hanno.

Secondo gli autori, le regole coprono circa il 43% dei fondi con investimenti nel fossile, e fino a 17,1 miliardi di euro di partecipazioni nelle grandi compagnie petrolifere resterebbero comunque fuori dal loro raggio d’azione.

Tradotto: la stretta europea sui nomi funziona, ma agisce sull’etichetta. Un fondo che non si vende come verde può continuare a essere classificato articolo 8 e a contenere quello che vuole, perché l’articolo 8 — come abbiamo visto 2 settimane fa — non prevede soglie minime.

È esattamente il motivo per cui ripeto sempre che la classificazione non è una garanzia.

Le altre 2 verifiche, che vanno nella stessa direzione

Lo studio di Urgewald non è isolato, e questo conta: quando ricerche indipendenti con metodi diversi arrivano a conclusioni simili, il quadro diventa affidabile.

  • Nel maggio 2024 Clarity AI analizza 3.256 fondi europei che hanno termini ambientali o di impatto nel nome. Il 44% detiene investimenti in contrasto con le esclusioni previste per i benchmark allineati all’accordo di Parigi: soglie precise, come l’1% di ricavi dal carbone o il 10% dai combustibili petroliferi.
  • Sempre nel 2024, un’inchiesta di Follow the Money con Investico e, per l’Italia, IrpiMedia, esamina circa 1.277 fondi europei con termini legati alla sostenibilità: circa il 40% detiene società con ricavi rilevanti dal fossile. In Italia il rapporto è di 240 fondi su 493.

Quindi no, Marta non ha letto una bufala. Il fenomeno esiste ed è documentato da più parti.

Quello che i titoli non dicono (e che cambia parecchio)

Qui però devo fare il mestiere che faccio, che non è spaventare le persone ma aiutarle a leggere. E ci sono 3 cose che quei titoli non contengono.

La prima è la data. Le analisi di Clarity AI e di Follow the Money fotografano la situazione nel 2024, quella di Urgewald nei primi mesi del 2025. Tutte precedono o accompagnano il 21 maggio 2025, cioè il momento in cui le regole ESMA sui nomi diventano obbligatorie anche per i fondi già esistenti. Da quella data in poi, chi usa un nome sostenibile deve rispettare la soglia dell’80% e applicare le esclusioni, oppure cambiare nome.

La seconda è che quelle regole hanno morso sul serio. Morningstar conta almeno 1.278 fondi europei ribattezzati nei 18 mesi intorno a quella scadenza, circa il 28% di quelli soggetti alle nuove norme. E l’ESMA, analizzando circa 4.000 fondi, rileva che i più propensi a togliere i termini ESG dal nome sono proprio quelli con la maggiore esposizione alle società del settore fossile. Chi non poteva rispettare le soglie ha rinunciato all’etichetta, il che è sgradevole da leggere ma è un progresso: adesso quei prodotti dicono la verità sul proprio conto.

La terza è la più importante e la più ignorata. Trovare una compagnia petrolifera dentro un fondo sostenibile non significa automaticamente che qualcuno stia barando.

Come abbiamo visto parlando di greenwashing, esistono 2 strategie legittime e molto diverse. Una esclude: fuori certi settori, punto. L’altra accompagna la transizione: resta dentro aziende che si stanno trasformando, con l’idea che la decarbonizzazione vada finanziata e non guardata da fuori. Un fondo dichiaratamente di transizione che tiene in portafoglio un’azienda energetica con un piano di riconversione sta facendo esattamente quello che promette.

Il problema non è quindi la presenza di quei titoli. È la presenza di quei titoli dentro un prodotto che viene venduto come se li escludesse.

La domanda che ribalto a Marta

A questo punto le faccio io una domanda: secondo lei, perché queste ricerche esistono?

Ci pensa e dice che è merito dei giornalisti. In parte sì. Ma la ragione tecnica è un’altra, ed è quella che le cambia il quadro.

Quelle ricerche esistono perché i fondi sono obbligati per legge a dichiarare che cosa contengono. Le partecipazioni sono pubbliche, i documenti sono standardizzati, i dati sono confrontabili tra un prodotto e l’altro. Un’organizzazione indipendente può prendere 14.300 fondi e passarli al setaccio proprio perché quei dati stanno lì, accessibili a chiunque.

Adesso proviamo a immaginare la stessa inchiesta su qualcos’altro. Nessuno può pubblicare uno studio che dica quanti dei soldi lasciati sui conti correnti italiani finiscono in prestiti a società del settore fossile, perché quel dato non esiste in forma pubblica. Non c’è un elenco di partecipazioni, non c’è un documento standardizzato da confrontare.

Il risparmio gestito è il pezzo più criticato della filiera finanziaria anche perché è l’unico abbastanza trasparente da poter essere criticato con i numeri alla mano. È un paradosso che vale la pena tenere a mente ogni volta che si legge un titolo su questi temi.

Come finisce con Marta

Non lascia i soldi sul conto, ma nemmeno sottoscrive il primo prodotto con una foglia verde sulla copertina.

Facciamo insieme le verifiche di cui ho scritto qualche settimana fa, che richiedono 20 minuti per fondo: il nome e la sua storia, il KID, l’allegato precontrattuale con la quota minima di investimenti sostenibili, il benchmark e le prime 10 posizioni della scheda mensile.

E aggiungiamo la domanda che queste ricerche rendono obbligatoria: questo fondo esclude oppure accompagna la transizione? Perché sono 2 scelte diverse, entrambe difendibili, e lei ha il diritto di sapere quale sta comprando.

Alla fine sceglie un prodotto con esclusioni scritte nero su bianco, con le soglie. Non perché la transizione sia sbagliata, ma perché è quello che corrisponde a come la pensa. Che è esattamente il criterio giusto.

In conclusione

Marta aveva ragione a essere diffidente e aveva torto a voler mollare tutto. Le due cose stanno insieme più spesso di quanto sembri.

Le ricerche dicono che una parte consistente dei prodotti venduti come sostenibili contiene cose che molti risparmiatori non si aspettano. Dicono anche che le regole introdotte negli ultimi 2 anni stanno ripulendo il campo, e che una parte del problema riguarda prodotti che la sostenibilità non la promettono affatto.

Niente di tutto questo si risolve scegliendo o rifiutando in blocco. Si risolve guardando dentro un prodotto per volta, che è un lavoro noioso, documentato e alla portata di chiunque abbia voglia di 20 minuti e un pomeriggio. E chi non ha voglia o pensa di non averne le competenze, si può rivolgere ad una figura preparata, che lo accompagni nella scelta.

La settimana prossima vediamo come si costruisce un portafoglio coerente con i propri valori, partendo non dagli strumenti ma da quello che non si è disposti a finanziare.

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