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Home›prima pagina›Cosa nasconde l’etichetta?

Cosa nasconde l’etichetta?

By webmasterfr
Ottobre 2, 2026
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La settimana scorsa abbiamo parlato del passo zero, cioè capire quanto resta ogni mese prima ancora di decidere dove investirlo. Oggi faccio il passo successivo, e lo faccio raccontando una storia vera nella sostanza, anche se il nome è di fantasia: quella di una lettera arrivata per posta e di una domanda che non ha una risposta rassicurante.

La lettera

Elena ha 46 anni e un’azienda di componentistica con 18 dipendenti alle porte di Torino. Ci conosciamo da poco, per una questione legata alla liquidità aziendale, e un pomeriggio di giugno mi scrive con una foto allegata.

È una comunicazione della banca presso cui ha un investimento personale fatto 3 anni prima. Il fondo che ha in portafoglio, nel quale ha messo 60.000 euro, cambia nome: la parola «sustainable» sparisce dalla denominazione e viene sostituita da un termine tecnico che non le dice niente.

Il messaggio di Elena è di 5 parole: «mi hanno cambiato il fondo?».

La risposta è no. E proprio per questo la storia è interessante.

Quello che le hanno venduto

Ci vediamo con i documenti davanti. Elena ricorda bene il colloquio di 3 anni prima: ha chiesto qualcosa «che non finanziasse le solite cose», e le è stato proposto quel fondo. Due argomenti: il nome, che parlava da solo, e una frase che lei si è segnata, «è un fondo articolo 8».

Nessuno le ha mentito. È questo il punto che la fa arrabbiare di più quando glielo spiego.

L’articolo 8 del regolamento europeo SFDR è una categoria di trasparenza: indica un prodotto che dichiara di promuovere caratteristiche ambientali o sociali. Non è un bollino di qualità, non prevede soglie minime, non impone esclusioni. Dice che il gestore si impegna a comunicare qualcosa, non che quel qualcosa sia vero.

Detto a un cliente seduto dall’altra parte della scrivania, però, «fondo articolo 8» suona esattamente come una certificazione. E in parecchie presentazioni commerciali viene usato proprio con quel tono.

Le prime 10 posizioni

Poi apriamo la scheda mensile di allora, quella che Elena non ha mai letto, e scorriamo le prime 10 posizioni del portafoglio.

C’è una utility europea che produce ancora una quota di energia elettrica da carbone. C’è una major petrolifera. Ci sono alcune banche che finanziano entrambe.

Elena mi guarda e dice la frase che sento ogni volta: «ma c’era scritto sustainable».

Sì. E non è stato violato nulla, perché fino a poco tempo fa nessuna regola stabilisce che cosa un fondo può scrivere nel proprio nome. Il nome è marketing. Il portafoglio è un’altra cosa, e vive in un documento che quasi nessuno apre.

I 3 modi per costruire un prodotto verde

Le spiego i meccanismi, perché una volta che li conosci li riconosci a colpo d’occhio.

Il primo è il più banale: si prende un fondo azionario che esiste già da anni, si aggiunge al nome un termine legato alla sostenibilità, si aggiornano i materiali commerciali. Nei casi peggiori il portafoglio cambia pochissimo.

Il secondo l’abbiamo già incontrato parlando dei rating: il confronto interno al settore. Tenendo di ogni comparto le società «meno peggio» delle altre si ottiene un portafoglio con ottimi punteggi ESG che però continua a contenere gli stessi settori di prima. La utility di Elena è lì per questo motivo: rispetto alle concorrenti è davvero la migliore della classe.

Il terzo è l’uso dell’articolo 8 come se fosse un’etichetta di qualità. Che è la cosa che è successa a lei.

Perché quella lettera è arrivata proprio adesso

Qui la storia cambia direzione, e in meglio.

Dal 21 maggio 2025 anche i fondi già esistenti devono rispettare gli orientamenti ESMA sui nomi. Le regole sono 2: almeno l’80% degli investimenti deve essere coerente con quello che il nome promette, e vanno applicate le esclusioni previste per i benchmark allineati all’accordo di Parigi.

Le esclusioni sono precise: fuori le società che ricavano l’1% o più dal carbone, il 10% o più dai combustibili petroliferi, il 50% o più dai combustibili gassosi, oltre alle armi controverse e al tabacco.

Da quel momento chi usa un nome sostenibile ha davanti 2 strade: cambiare il portafoglio, oppure cambiare il nome. Il gestore di Elena sceglie la seconda. La lettera che lei ha ricevuto non è altro che questo.

E non è un caso isolato. Morningstar conta almeno 1.278 fondi ribattezzati nei 18 mesi intorno alla scadenza, circa il 28% di quelli soggetti alle nuove regole. Nel solo trimestre aprile-giugno 2025 si registrano 602 ridenominazioni: 382 fondi tolgono del tutto i termini legati all’ESG, 193 li sostituiscono, 27 li aggiungono.

Il dettaglio che mi colpisce di più, però, è un altro. Analizzando circa 4.000 fondi europei, l’ESMA rileva che i più propensi a rimuovere i termini ESG dal nome sono proprio quelli con la maggiore esposizione alle società del settore fossile.

Tradotto per Elena: quando l’etichetta inizia a comportare obblighi, una parte del mercato preferisce toglierla piuttosto che adeguarsi. Il che ci dice con discreta precisione che cosa descriveva quell’etichetta prima.

«Quindi è tutto marcio»

È la reazione di Elena, ed è la reazione che mi aspetto. La risposta è no, e anche qui per motivi documentati.

Accanto ai prodotti che hanno dovuto togliere l’etichetta ci sono migliaia di fondi che non cambiano assolutamente nulla, perché applicano esclusioni serie da molto prima che diventassero obbligatorie. In Italia, per fare un esempio concreto, Etica Sgr conferma che la sua linea storica mantiene i nomi invariati proprio perché la metodologia era già allineata. Sono gestori che lavorano su questi criteri da 20 anni e che oggi si ritrovano premiati dal fatto che le regole li abbiano finalmente raggiunti.

Il punto che ripeto a Elena è questo: il problema non è mai lo strumento. Un fondo resta il modo più trasparente e più accessibile che esista per investire con criteri precisi, perché è obbligato a documentare che cosa contiene. Il greenwashing non abita nel fondo, abita nella brochure.

La domanda che non le ha mai fatto nessuno

A quel punto le chiedo una cosa che nessuno le ha chiesto 3 anni prima: che cosa vuole davvero?

Perché le strategie sono 2 e sono profondamente diverse. Una esclude: fuori certi settori, punto. L’altra accompagna: resta dentro aziende che stanno cambiando, con l’idea che la transizione si finanzi, non si guardi da fuori.

Non è una distinzione teorica, è scritta nelle regole. Gli orientamenti ESMA prevedono esclusioni severe per i termini ambientali e di sostenibilità, e più morbide per i termini legati alla transizione, dove le società del settore fossile non sono automaticamente escluse. Il che è coerente: un fondo «transition» che finanzia un’azienda in decarbonizzazione sta facendo esattamente quello che dichiara.

Elena ci pensa qualche giorno e sceglie entrambe le cose: una parte del capitale su un comparto con esclusioni esplicite e verificabili, una parte su una strategia di transizione, sapendo che cosa contiene e perché. Non disinveste per rabbia, che era la tentazione del primo pomeriggio.

La differenza rispetto a 3 anni prima non sta nel prodotto. Sta nel fatto che questa volta sa che cosa ha comprato.

La lista che le lascio

Prima di salutarci le scrivo 4 domande da fare a chiunque le proponga un investimento con criteri di sostenibilità, me compreso.

  • Questo fondo ha cambiato nome negli ultimi 2 anni? Se sì, che cosa è cambiato nel portafoglio?
  • Quali esclusioni applica, con quali soglie, e in quale documento sono scritte?
  • Qual è la percentuale minima di investimenti sostenibili dichiarata nell’allegato precontrattuale?
  • Le prime 10 posizioni sono coerenti con quello che promette il nome?

Sono domande che un consulente deve saper reggere senza irrigidirsi. Se la risposta è un giro di parole o un depliant, quella è già una risposta.

Come va a finire

Nel frattempo la revisione del regolamento SFDR è in corso: la proposta prevede categorie di prodotto dichiarate, con esclusioni graduate a seconda della categoria. Parlamento e Consiglio hanno definito le rispettive posizioni, il testo finale non è ancora chiuso.

Se il disegno regge, «sostenibile» smetterà di essere una parola di marketing e diventerà una categoria con requisiti verificabili. Sarebbe una buona notizia soprattutto per chi lavora bene, che fino a ieri si è trovato a competere con prodotti cosmeticamente identici e sostanzialmente diversi.

Elena, intanto, ha imparato una cosa che vale più di qualsiasi normativa: che la differenza tra un prodotto costruito bene e uno costruito per vendere non si vede dal nome, e nemmeno dal rating. Si vede da quanto facilmente qualcuno riesce a dirti che cosa c’è dentro.

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