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Home›parole sostenibili›Fondi ESG: 5 controlli utili

Fondi ESG: 5 controlli utili

By webmasterfr
Ottobre 9, 2026
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Settimana scorsa abbiamo visto insieme la storia di Elena e della lettera con cui il suo fondo cambia nome: il nome è marketing, il portafoglio vive all’interno di un documento che quasi nessuno apre. La domanda che mi è arrivata subito dopo, da più di una persona, è sempre la stessa: va bene, ma io dove guardo? Le informazioni ci sono tutte e sono pubbliche. Oggi vediamo dove stanno.

Dieci giorni e nessuna voglia di fidarsi sulla parola

Stefano ha 38 anni, fa l’ingegnere in un’azienda dell’hinterland torinese e da qualche mese ha 25.000 euro fermi sul conto dopo la vendita della casa dei nonni.

In banca gli propongono un fondo azionario globale con la parola «sustainable» nel nome. Lui ha l’appuntamento per la firma tra 10 giorni e mi scrive una frase che mi piace molto: «non voglio dire di no per diffidenza, voglio capire che cosa sto comprando».

Gli rispondo che non serve un corso di finanza. Servono 5 documenti, un’ora di tempo e un foglio su cui prendere appunti. Poi ne riparliamo.

Quello che segue è esattamente quello che fa Stefano, nell’ordine in cui lo fa.

Mossa 1 — Il nome, e la sua storia

Si parte dalla cosa più visibile, che quasi nessuno interroga.

Dal 21 maggio 2025 un fondo che usa termini legati alla sostenibilità nel nome deve rispettare 2 condizioni: almeno l’80% degli investimenti coerente con le caratteristiche che il nome promette, e l’applicazione delle esclusioni previste per i benchmark allineati all’accordo di Parigi. Quindi oggi quel nome, finalmente, vuol dire qualcosa.

La prima cosa da fare è cercare il fondo sul sito del gestore e verificare se negli ultimi 2 anni ha cambiato denominazione. L’informazione si trova nelle comunicazioni agli investitori o nella sezione documenti.

Il fondo di Stefano non ha cambiato nome. È un buon segnale, non una garanzia: significa che il gestore ha scelto di adeguare il portafoglio invece di togliere l’etichetta. Prendiamo nota e andiamo avanti.

Mossa 2 — Il KID, 3 pagine e 10 minuti

Il KID è il documento informativo che accompagna ogni fondo. Fino al 2023 per i fondi si chiamava KIID, oggi il formato è quello unico europeo previsto per i prodotti d’investimento. Sono 3 pagine, si scarica dal sito del gestore o dall’home banking e per legge deve essere consegnato prima della sottoscrizione.

Dentro ci sono 3 cose che servono adesso: la sezione «obiettivi e politica d’investimento», dove il gestore descrive in poche righe che cosa fa davvero; l’eventuale indice di riferimento; e i costi.

Stefano scopre che i costi correnti sono l’1,65% annuo. Non commento se sia tanto o poco, dipende dalla strategia e dal servizio. Ma su 25.000 euro sono circa 410 euro all’anno, ed è un numero che chi investe ha diritto di avere in testa prima di firmare, non dopo.

Mossa 3 — L’allegato precontrattuale, dove stanno i numeri veri

Questa è la mossa che cambia la partita, ed è anche quella che quasi nessuno conosce.

Ogni fondo che dichiara caratteristiche ambientali o sociali deve pubblicare un allegato precontrattuale in formato standard, uguale per tutti i prodotti europei. Si trova in fondo al prospetto e di solito si chiama proprio «informativa sulla sostenibilità». Lì dentro, tra le altre cose, c’è la risposta a una domanda precisa: qual è la quota minima di investimenti sostenibili che il fondo si impegna a tenere?

Il fondo di Stefano dichiara una quota minima del 10%, e un allineamento alla tassonomia europea dello 0%.

Lui mi chiama convinto di aver trovato la prova del trucco. Non è così, e la spiegazione è la parte più utile di tutto l’articolo.

L’80% previsto dalle regole sui nomi non significa «80% di investimenti sostenibili». Significa che almeno l’80% del portafoglio deve essere coerente con le caratteristiche ambientali o sociali che il fondo promuove, che è una cosa diversa e molto più ampia. La quota di investimenti sostenibili in senso stretto è un impegno ulteriore, e il gestore la dichiara in quell’allegato. Quanto allo 0% di tassonomia, oggi è un dato comunissimo: i criteri europei sono molto stringenti e pochissime aziende riescono a certificare ricavi allineati.

Quindi il numero non denuncia una truffa. Dice però una cosa importante: quel fondo seleziona ed esclude, ma non è un prodotto a impatto. Se è questo che Stefano cerca, va benissimo. Se si aspettava altro, meglio saperlo prima.

Mossa 4 — Il benchmark racconta più del nome

Quarta mossa, 2 minuti.

Nel KID e nella scheda mensile è indicato l’indice con cui il fondo si confronta. La domanda è semplice: è un indice generalista oppure un indice costruito con criteri di sostenibilità?

La differenza si legge nella sigla. Gli indici standard hanno il nome classico dell’area geografica. Quelli selezionati hanno quasi sempre un’aggiunta: SRI, ESG Leaders, PAB per gli indici allineati a Parigi, CTB per quelli di transizione climatica.

Un fondo che si presenta come sostenibile e si confronta con l’indice generalista non sta necessariamente ingannando nessuno, soprattutto se è a gestione attiva. Però è una domanda da fare, e la risposta dice parecchio su quanto quella sostenibilità sia strutturale o aggiunta sopra.

Nel caso di Stefano l’indice di riferimento è una versione selezionata dell’indice azionario globale. Coerente.

Mossa 5 — Le prime 10 posizioni, la prova finale

L’ultima mossa è anche la più concreta, e si fa sulla scheda mensile, quel documento di 2 pagine che i gestori pubblicano ogni mese e che si chiama factsheet.

Lì ci sono le prime 10 posizioni del portafoglio, di solito con il peso di ciascuna. Non serve conoscerle tutte: bastano i nomi, 5 minuti di ricerca su quelli che non si riconoscono, e la domanda «sono coerenti con quello che promette il nome?».

Stefano trova soprattutto tecnologia, qualche farmaceutico, 2 banche europee e una società di apparecchiature elettriche. Nessun produttore di combustibili fossili, nessuna azienda della difesa. Coerente anche questa volta.

La scheda mensile, tra l’altro, è utile anche per un’altra cosa: se nel giro di 2 o 3 schede le prime posizioni cambiano completamente, è una strategia molto movimentata, e vale la pena chiedere perché.

Il verdetto, che non è un verdetto

Alla fine dell’ora Stefano ha davanti un quadro abbastanza preciso: un fondo che applica criteri di selezione reali, un portafoglio coerente con il nome, un impegno limitato sugli investimenti sostenibili in senso stretto e un costo dichiarato.

Non è un prodotto «smascherato» e non è un prodotto perfetto. È un prodotto conosciuto, che è una condizione molto diversa.

All’appuntamento ci va con 3 domande scritte: perché proprio questo fondo rispetto ad altri della stessa categoria, che cosa succede alla quota del 10% nei prossimi anni, e quanto incide il costo sul rendimento atteso. Sono domande che un consulente preparato accoglie volentieri, perché finalmente parlano della sostanza.

Una cosa che mi sta a cuore

Tutta questa verifica è possibile per un motivo solo: i fondi sono tenuti per legge a pubblicare questi documenti. Il KID, l’allegato sulla sostenibilità, la scheda mensile, la relazione periodica. Tutto pubblico, tutto gratuito, tutto scaricabile in 10 minuti da chiunque.

Provate a chiedere lo stesso livello di dettaglio su altri impieghi del vostro denaro. Non esiste. Il risparmio gestito, con tutti i suoi difetti e con il marketing di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, resta il pezzo più trasparente dell’intera filiera finanziaria.

E aggiungo una cosa che forse suona strana detta da me: queste 5 mosse non servono per fare a meno di un consulente. Servono per averne uno migliore. Un cliente che arriva con la scheda mensile stampata e 3 domande precise ottiene una consulenza di qualità superiore, sempre. Perché cambia il livello della conversazione.

Le 5 mosse, in sintesi

  • Il nome: ha cambiato denominazione negli ultimi 2 anni? Che cosa promette, secondo le regole in vigore dal maggio 2025?
  • Il KID: obiettivi e politica d’investimento, indice di riferimento, costi correnti tradotti in euro.
  • L’allegato precontrattuale: qual è la quota minima di investimenti sostenibili e l’allineamento alla tassonomia?
  • Il benchmark: indice generalista o indice selezionato? La sigla lo dice.
  • La scheda mensile: le prime 10 posizioni sono coerenti con il nome?

In conclusione

Nessuna di queste 5 mosse richiede competenze tecniche. Richiedono un’ora e la disponibilità ad aprire documenti che sono stati scritti apposta per essere letti.

La cosa che mi colpisce, dopo quasi 30 anni di questo mestiere, è che quelle informazioni siano lì da sempre e che quasi nessuno le apra. Non perché siano nascoste: perché nessuno ha mai detto alle persone dove guardare.

Adesso lo sapete. E se qualcuno si innervosisce quando gliele chiedete, quella è già una risposta.

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