Quanto ti costa non saperlo
Marta ha ventotto anni e da quasi tre anni investe ogni mese 200 euro in un fondo comune bilanciato che le è stato proposto dalla sua banca. Effettivamente, Marta non sa esattamente quante commissioni paga: sa che il fondo è “gestito da professionisti” e che i rendimenti sono “in linea con il mercato”. Non ha mai approfondito oltre.
Un giorno, parlando con un’amica che lavora nel settore finanziario, sente per la prima volta la parola TER. Total Expense Ratio: il costo annuo totale di uno strumento di investimento, espresso in percentuale. Marta non sa qual è il TER del suo fondo. Non l’ha mai letto.
Quando lo cerca, trova 1,8%. Non sembra molto. Ma su vent’anni di investimento, quella cifra ha un peso che vale la pena capire.
Cosa è il TER e perchè è importante conoscerlo
Il TER — Total Expense Ratio — è la misura del costo annuo di un fondo o di un ETF. Include le commissioni di gestione, i costi amministrativi, le spese operative.
Potremmo dire che il TER sta alle commissioni di gestione come il TAEG sta al tasso nominale nei mutui e finanziamenti.
Se il TER è una voce di costo, è indubbio che deve portare ad un valore aggiunto a chi lo sostiene.
Cerchiamo di capire insieme il valore che sta dietro a questa percentuale.
Fondi a gestione attiva: cosa paghi davvero
I fondi comuni a gestione attiva hanno costi più alti perchè fanno qualcosa di diverso dagli ETF: un team di gestori analizza i mercati, seleziona i titoli, decide quando comprare e quando vendere. L’obiettivo è battere il mercato di riferimento — l’indice — e giustificare il costo più elevato.
È un servizio reale, con un valore reale. Il punto è capire cosa vuol dire “battere il mercato di riferimento”.
L’idea comune è che voglia dire ottenere, in un lasso di tempo congruo a seconda del tipo di investimento (più breve per l’obbligazionario, più lungo per l’azionario), un rendimento maggiore. Sicuramente questo è un buon punto di partenza ed è un fattore fondamentale.
Ma, nella valutazione del rischio, c’è un altro fattore, importante tanto quanto il rendimento: la gestione del rischio. E in questo un buon fondo attivo è quello che in cui il gestore è in grado di gestire meglio il rischio. Cosa vuol dire questo? Che, nel confrontare un fondo all’andamento del proprio mercato di riferimento, non ti devi fermare al rendimento. Prova a vedere i momenti di ribasso del mercato: se il fondo attivo è sceso di meno dell’indice di riferimento e ha recuperato il valore precedente in minor tempo, vuol dire che c’è un valore sottostante che giustifica il TER che stai pagando.
Quindi l’esistenza di un maggior TER non significa che i fondi a gestione attiva siano sempre la scelta sbagliata. Significa che il costo va valutato consapevolmente, non dato per scontato.
ETF: meno costi, ma non fai tutto da solo
Come abbiamo già visto la scorsa settimana, gli ETF — Exchange Traded Fund — replicano meccanicamente un indice di mercato senza un gestore che scelga i titoli. Il risultato è un costo più basso: i TER degli ETF su indici globali si aggirano tipicamente tra lo 0,1% e lo 0,4% annuo.
Il risparmio sui costi è reale e documentabile. Ma c’è una cosa che gli ETF non fanno da soli: scegliersi. Quali indici coprire, in che proporzione, come bilanciare tra mercati geografici e settori, come gestire il ribilanciamento nel tempo, come inserire gli ETF in un piano coerente con i propri obiettivi e il proprio orizzonte temporale — sono domande che richiedono competenza e che non hanno una risposta universale.
Chi acquista ETF in autonomia senza una visione chiara rischia di costruire un portafoglio disordinato, sovra-esposto ad alcuni mercati, sotto-esposto ad altri, e senza una logica di insieme. Il risparmio sui costi di prodotto può essere vanificato da scelte poco coerenti.
Per questo ha senso lavorare con un consulente finanziario. Il consulente conosce gli strumenti, costruisce il portafoglio su misura, lo monitora nel tempo e — non meno importante — aiuta a non prendere decisioni emotive nei momenti in cui i mercati scendono e la tentazione di uscire è forte. Il costo della consulenza esiste ed è giusto che esista. Se il consulente costruisce un portafoglio con fondi a gestione attiva, la sua consulenza è compresa nel Tar dei fondi. Se usa strumenti come gli Etf e/o inserisce nel portafoglio del cliente titoli azionari e obbligazionari singoli, nella maggior parte dei casi il costo della consulenza, sommato al TER degli ETF, è inferiore al costo totale di un portafoglio di fondi a gestione attiva. Il risultato netto, su orizzonti lunghi, tende a essere favorevole. E ne guadagna sicuramente la trasparenza e quindi la relazione di fiducia fra risparmiatore e consulente.
Cosa fare con questa informazione
Il primo passo è semplice: sapere quante commissioni si stanno pagando. Ogni fondo ha un KIID — Key Investor Information Document — che riporta il TER in modo chiaro. È un documento pubblico, obbligatorio per legge, disponibile sul sito della società di gestione o su richiesta. Se il tuo consulente o la tua banca non te l’hanno mai mostrato, è il momento giusto per chiederglielo.
Il secondo passo è chiedersi se quel costo corrisponde a un valore che stai ricevendo. Non è una domanda ostile verso chi ti ha proposto lo strumento: è una domanda legittima che ogni investitore ha il diritto di fare. Un buon consulente non ha difficoltà a risponderle.
Marta, dopo quella conversazione con la sua amica, ha preso un appuntamento con un consulente finanziario. Non per smettere di investire, ma per capire se stesse investendo nel modo più efficiente possibile. Quella conversazione le è costata un pomeriggio. Ora i numeri e i percentuali che non riusciva a capire sono diminuiti. Ma averli capiti fa sì che valgano molto di più.








